Quanto sono importanti le parole in un settore come quello del lusso? Ne ho parlato con Sara Radaelli, traduttrice specializzata nel segmento luxury.

Le parole nel lusso - intervista a Sara Radaelli

Ciao Sara, ti chiedo innanzi tutto di raccontare qualcosa del tuo lavoro e della tua specializzazione

Ciao Arianna, professionalmente nasco quasi vent’anni fa come traduttrice dall’inglese e dal francese, specializzandomi quasi subito nella moda e poi, via via, in altri settori del segmento lusso (beauty, orologeria, gioielleria…). All’epoca erano davvero pochissimi i traduttori specializzati esclusivamente nel segmento luxury, che non veniva percepito come un campo particolarmente tecnico e ricco di opportunità. Col passare del tempo, all’attività di traduttrice ho affiancato quella di formatrice (per una decina d’anni), portando all’attenzione dei colleghi anche questi settori specifici, e cercando con i miei seminari di trasmettere l’entusiasmo che mi anima per tutto ciò che è alto artigianato. Seguendo l’evoluzione del mercato del lusso, che chiedeva al traduttore di rivestire anche altri ruoli, ho affiancato due nuove attività che ancora mi impegnano: quella di transcreator e quella di web copywriter. Oltre alla sola attività di traduzione dei contenuti, ora i marchi tendono a chiederne la localizzazione/rielaborazione, se non addirittura la produzione ex novo, a fronte di informazioni da loro fornite. Se prima bastava essere traduttore e avere un’ottima conoscenza dei propri settori di specializzazione, oggi le competenze richieste sono cambiate e si vanno sommando, in una direzione sempre più creativa. Negli ultimi anni, inoltre, sono tornata al mio primo amore, l’editoria, traducendo regolarmente per il pubblico italiano un magazine semestrale francese sulla cultura dell’olfatto in ogni sua declinazione, davvero molto interessante. Come vedi, è un mestiere molto eterogeneo.

Quanto ritieni sia importante una traduzione professionale nel settore del luxury?

Ritengo sia assolutamente fondamentale e, oserei dire, imprescindibile. Arrivo a dire che l’importanza attribuita dovrebbe essere pari a quella riservata al prodotto. La comunicazione è un aspetto che i brand del lusso curano (o dovrebbero curare) con un’attenzione maniacale, perché ne va di mezzo la loro reputazione, il rapporto con i consumatori, l’immagine di marca e, in ultima analisi, la percezione del valore del prodotto stesso. Se ho un ottimo prodotto ma lo comunico (anche sui mercati esteri) in maniera inadeguata o non adatta al pubblico di riferimento, rischio di fargli perdere valore. Purtroppo, però, a volte contenuti redatti con attenzione nella lingua d’origine non vengono tradotti con la stessa attenzione, nel 99% dei casi per motivi di budget, ma i danni in termini di ritorno di immagine possono essere anche molto gravi. Credo che il problema di base sia il falso mito che chiunque conosce bene una lingua sia un traduttore: niente di più falso! Oltre alla conoscenza della lingua di partenza, il traduttore professionista garantisce un’ottima conoscenza della lingua di arrivo (da non dare mai per scontata), un’ottima conoscenza del settore di specializzazione (e dunque sia della terminologia tecnica che di altri aspetti specifici), un’ottima capacità di scrittura e rielaborazione del testo, un’ottima conoscenza del mercato target. Oltre a poter contare spesso su svariati anni di esperienza, che non guastano mai. Tutte competenze che, come si può immaginare, richiedono budget maggiori.

Il lusso è un concetto estremamente soggettivo e con molte sfaccettature diverse che variano anche in modo sostanzioso da paese a paese. Mi viene in mente ad esempio la Cina in cui possedere un prodotto di lusso è un vero status sociale o lo sfarzo ostentato degli Emirati Arabi e ancora paesi come la Francia dove il lusso è meno legato all’eccesso. Per te che sei una traduttrice, cosa vuol dire adattare le parole del brand al contesto culturale del mercato di riferimento?

Adattare le parole del brand al mercato di riferimento (nel mio caso sempre quello italiano, dato che traduco esclusivamente verso la mia lingua madre) significa veicolare esattamente il messaggio che il marchio vuole trasmettere, riproducendo lo stesso impatto sul lettore per ottenere le stesse reazioni. Si deve lavorare molto sullo stile e conoscere bene il contesto culturale dei consumatori. I giganti del lusso fanno ormai proprio il motto “Think global, act local”, e noi traduttori siamo il trait d’union fra un messaggio globale e la sua declinazione a livello locale. È una sfida molto stimolante.

Per tanti aspetti la comunicazione del lusso è diversa da quella di altri settori. Quanto è importante la transcreation per far emergere online il sogno, l’eccellenza e il prestigio che i brand di alta gamma desiderano esprimere?

Attualmente la transcreation è sempre più richiesta dai marchi del lusso (esplicitamente o implicitamente), e a ragione! I contenuti non possono più essere semplicemente tradotti, devono essere riscritti “come se il testo di arrivo fosse nato nella lingua e nella cultura di destinazione” (cito parte della definizione di transcreation che trovate sulla Moodboard del mio sito, in un’intervista. E per arrivare a “transcreare” un contenuto si devono conoscere molto bene il marchio, lo scopo del messaggio da comunicare, il pubblico target e il contesto socio-culturale in cui è immerso.

Cosa ne pensi dell’avanzata inarrestabile dei termini inglesi nella lingua italiana?

Al di là del mio parere personale o delle mie abitudini linguistiche, trovo che fare polemica e schierarsi tra i puristi o i progressisti non giovi al nostro mestiere. Da traduttrice, dico che si debbano utilizzare con criterio tutti gli strumenti linguistici a nostra disposizione per ottenere il risultato che vogliamo, la sfumatura che ci serve. Da una traduzione non dovrebbe trasparire il parere del traduttore a riguardo, ma emergere il messaggio originale in tutta la sua forza, anche ricorrendo o meno all’uso di termini stranieri. Anche questa scelta, questo strumento, può venirci in aiuto per trasmettere un contenuto nella maniera corretta: per fare un esempio banale, se sto traducendo per un marchio italiano che fa dell’italianità un punto di forza, utilizzerò meno anglicismi rispetto a un marchio anglosassone che vuole trasmettere la sua identità originale, ritenendola magari legata a un concetto di innovazione, tecnicità, che ben veicolano i termini inglesi lasciati tali e quali in italiano. Stesso discorso per la raffinatezza e lo chic alla francese… Un termine straniero può stonare in un testo, apparire ridondante e fastidioso, e invece risultare perfetto in un altro contesto. Detto ciò, penso che la lingua italiana abbia molte più possibilità per creare neologismi o molti più strumenti linguistici per uscire da un’impasse risolta spesso frettolosamente con prestiti non adattati, di quanti noi italofoni riusciamo a sfruttare. Ma è un’eredità di carattere culturale che ci portiamo dietro da sempre: dovremmo avere più fiducia in noi e nella nostra splendida lingua.

E per concludere: qual è la tua definizione di “lusso”?

Tempo, spazio, silenzio. Concetti non immediatamente riconducibili al denaro, ma che rappresentano sempre più la nuova frontiera del lusso. Inizialmente legato ai beni materiali, si è poi rivolto alle esperienze, e infine a valori immateriali.
E poi c’è il discorso della bellezza, intesa come alto artigianato. Un saper fare d’eccellenza che, per sopravvivere, ha bisogno di chi lo apprezzi e possa finanziarlo. Il concetto di “lusso” ha sempre avuto un risvolto anche negativo, che effettivamente esiste, legato allo spreco, all’eccesso, ma i mestieri d’arte, e tutti i posti di lavoro ad esso associati, non potrebbero sopravvivere se nessuno acquistasse i loro manufatti. Soprattutto in Italia dovremmo rivalutare il lusso come opportunità, e farlo in fretta.

Sara Radaelli
Sara Radaelli
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Arianna Gambaro

Mi chiamo Arianna Gambaro e sono una consulente digitale per il settore luxury. Dal 2006 lavoro nel mondo web per fare emergere online la qualità dei prodotti e servizi dei miei clienti
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